il mio pensiero Fedez e il politically correct

Fedez e il politically correct

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“zingaro, vivi in camper”, “io non lavoro con i froci”. Forse è il momento di parlare non di politically correct, ma di mala educazione.

Sappiamo tutti che Fedez è stato censurato davanti agli schermi della RAI, sappiamo anche dei toni e delle parole dette dai vertici RAI durante una telefonata intercorsa con lo stesso Fedez. Le frasi che forse mi hanno colpito maggiormente sono due: “Se avessi un figlio gay, lo brucerei nel forno” e “i gay incominciassero a comportarsi come persone normali”. Sarà che io di normale non vedo nulla in queste due frasi, nè tantomeno un amore paterno, ciò che invece vedo è una profonda maleducazione nei termini usati, il riferimento ad una pratica consumata durante il secondo conflitto mondiale e la totale mancanza di rispetto verso il prossimo e aggiungo verso quelle famiglie che soffrono perchè sapranno che i loro figli dovranno affrontare maggiori ostacoli nella vita. Eppure se ci pensate bene è sempre stato così: quando qualcuno compie scelte di vita non omologate dal pensiero e costume comune, diventa oggetto di derisione. Dalla mancata omologazione, nascono i luoghi comuni, le battute fuori luogo, sino alle aggressioni fisiche. Il rapper Fedez ha posto l’accento su qualcosa che sino ad ora pochi hanno avuto il coraggio di fare: contestare il sistema. Quel sistema che ti impone di vivere omologato in una casa, con una famiglia, con un lavoro fisso, con un’auto potente e ad agosto il premio di una vacanza tradizionale. Un sistema indicato nella telefonata di Fedez verso i vertici RAI e che potrei dirvi aver vissuto decine di volte nella mia vita. Quando decisi di indossare i sandali per recarmi al lavoro fu uno scandalo a tal punto di farmi meritare un richiamo scritto dall’Ufficio del Personale; quando dichiarai  di avere un compagno sul luogo di lavoro e le mie mansioni furono ridotte occupandomi di “ruoli più femminili” e sempre per rimanere in ambito lavorativo, quando il sottoscritto si propose come responsabile di magazzino in una azienda del Cuneese qualche anno fa: non dica che vive in camper, non è abbastanza etico e poi è poco professionale. Ora non so voi, ma senza scomodare troppo la lingua inglese con il termine “politically correct”, io amo ricordare che l’educazione ti insegna ad non fischiare per strada una donna, a non usare termini aggressivi, dispreggiativi verso un orientamento politico, sessuale o ad un credo religioso e ancora a sapere usare l’ironia con luoghi, modi e tempi. Tiziano Ferro qualche anno fa disse “le parole hanno un peso” e personalmente aggiungo “anche un contesto ed un uso corretto“. Non è il politicamente corretto, ma è l’educazione che ti impone a non usare il termine frocio, negro, lesbica o zingaro. Esprimere un pensiero in modo adeguato e con termini corretti non significa limitare la libertà, ma saper convivere. Il problema di base e che l’educazione non è qualcosa che si può misurare in modo oggettivo come un etto di cioccolata: da qualsiasi parte li guardi e li leggi, sono sempre 100 grammi. Non esiste un parametro univoco che definisca un’offesa il termine frocio, lesbica, fascista, comunista, ebreo o zingaro perchè vivi in camper. Ma è il modo e il contesto che ne danno il vero valore: se ci pensiamo tra i gay spesso in tono ironico ci si rivolge usando il genere femminile, ma non per mancanza verso la donna, nè in forma di disprezzo, ma solo in forma ironica in un contesto gogliardico. I termini cambiano quando cambia il contesto per poi sfociare sino allo scontro e all’aggressione fisica.  In questo caso occorre regolamentare il comportamento ed ecco perchè è necessario il DDL ZAN. Diventa fondamentale porre dei parametri che definiscano le regole di convivenza. 

 

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Cristiano
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